Che ogni tanto bisogna dir basta, e sforzarsi d’esser felici, al limite dell’isteria. Salire sulla tua scrivania, mentre tu parli, parli, parli troppo. Scendere sulle tue ginocchia, lasciando che la gonna si arrotoli su, arrampicandosi sopra le nostre voglie, in cerca di strapparti con le labbra la tua stoica ritrosia a lasciarti andare. Perchè non ne ho voglia, di stare a sedurci, voglio aggrapparmi alle tue spalle e riempire le mani con ogni centimetro della tua pelle.
Poter mangiarti, come fossi crema avvelenata, poter berti, come fossi assenzio, averti, ogni giorno, dentro di me. Dentro. E morirne, in overdose di te. Che ci son corpi che si appartengono. Che si chiamano. Che scindono l’illogicità delle cose, dei sentimenti, dei legami, per mescolarsi senza ritegno, senza che la mente possa frenarci. In quel mescolio di volgarità dette mentre mi chiami ancora amore. Amore. Che forse, e ancora, è questo. http://laflauta.splinder.com/post/17737521/Ho+pensato+che+il+blues+di+Tom
Poter mangiarti, come fossi crema avvelenata, poter berti, come fossi assenzio, averti, ogni giorno, dentro di me. Dentro. E morirne, in overdose di te. Che ci son corpi che si appartengono. Che si chiamano. Che scindono l’illogicità delle cose, dei sentimenti, dei legami, per mescolarsi senza ritegno, senza che la mente possa frenarci. In quel mescolio di volgarità dette mentre mi chiami ancora amore. Amore. Che forse, e ancora, è questo. http://laflauta.splinder.com/post/17737521/Ho+pensato+che+il+blues+di+Tom